{"id":1,"date":"2020-10-11T13:19:36","date_gmt":"2020-10-11T13:19:36","guid":{"rendered":"https:\/\/sdgp.it\/commercialista\/?p=1"},"modified":"2020-10-14T14:07:32","modified_gmt":"2020-10-14T14:07:32","slug":"benvenuti-da-sdgp","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/sdgp.it\/commercialista\/benvenuti-da-sdgp\/","title":{"rendered":"La ricerca della tassa perfetta."},"content":{"rendered":"\n<h2 class=\"wp-block-heading\">La ricerca della tassa perfetta.<\/h2>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Quarant\u2019anni fa ci abbiamo provato tassando i ricchi fino al 70 per cento, ma nel tempo le cose sono cambiate molto: in Italia e non solo (<a href=\"https:\/\/www.ilpost.it\/2019\/02\/22\/tasse-reddito-irpef\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">Un articolo del Post<\/a>)<\/h4>\n\n\n\n<p><em>di Davide Maria De Luca \u2013&nbsp;<a href=\"https:\/\/twitter.com\/account\/access#!\/DM_Deluca\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">@DM_Deluca<\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Se siete un lavoratore medio italiano, la vostra busta paga annua lorda dovrebbe essere intorno ai 29.380 euro. Significa che ai fini dell\u2019IRPEF, la principale tassa sul reddito delle persone, il fisco italiano vi considera tra i contribuenti pi\u00f9 ricchi del paese e vi colloca nella terza aliquota marginale tra le cinque previste, quella che prevede che paghiate fino al 38 per cento di tasse. Se invece siete un importante manager di una societ\u00e0 quotata in borsa la parte fissa del vostro stipendio&nbsp;si aggira intorno ai 900 mila euro l\u2019anno: il fisco vi chiede di pagare in IRPEF fino al 43 per cento, cinque punti percentuali in pi\u00f9 di un lavoratore medio.<\/p>\n\n\n\n<p>Gli azionisti dell\u2019azienda, che se \u00e8 una buona annata possono ricavare anche svariati milioni di euro grazie ai dividendi delle loro quote, sono ancora pi\u00f9 fortunati: in quanto \u201cutili societari\u201d i loro guadagni non sono soggetti all\u2019IRPEF, ma a un\u2019imposta speciale con un\u2019unica aliquota fissata al 26 per cento, una percentuale inferiore a quella che paga chi guadagna meno di mille euro lordi al mese.&nbsp;Questo quadro, per quanto eloquente, \u00e8 comunque incompleto e soltanto indicativo: il sistema fiscale italiano \u00e8 talmente complicato che \u00e8 quasi impossibile trovarsi di fronte a situazioni cos\u00ec chiare e trasparenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Per sapere quanto davvero paghiamo di tasse \u00e8 necessario destreggiarsi tra decine di addizionali locali, deduzioni ed esenzioni; bisogna tener conto del nucleo familiare, del settore di occupazione e di moltissimi altri fattori. Il risultato di questa inestricabile situazione, frutto di decenni di piccoli interventi a favore di questa o quella categoria, \u00e8 \u2013 come lo&nbsp;<a href=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/inchieste\/2018\/05\/18\/news\/altro-che-flat-tax-in-italia-gia-oggi-i-ricchi-pagano-meno-tasse-di-tutti-gli-altri-1.322552\">ha descritto<\/a>&nbsp;l\u2019ex ministro dell\u2019Economia ed ex presidente della Corte Costituzionale Franco Gallo \u2013 \u00abun sistema fiscale incrostato, al collasso, che favorisce chi pi\u00f9 ha e ormai non \u00e8 pi\u00f9 n\u00e9 generale n\u00e9 progressivo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ingiustizia del sistema fiscale italiano non \u00e8 una novit\u00e0. Era il 1900 quando Giovanni Giolitti, uno dei pi\u00f9 longevi e abili politici nella storia del Regno d\u2019Italia, scrisse un articolo sulla&nbsp;<em>Stampa<\/em>&nbsp;di Torino per criticare le iniquit\u00e0 italiane: \u00abQuando confronto il nostro sistema tributario con quello di tutti i paesi civili resto compreso d\u2019ammirazione per la longanimit\u00e0 e la tolleranza delle nostre plebi, e penso con terrore alle conseguenze di un loro possibile risveglio\u00bb. A proposito dei benefici che quel sistema garantiva alle persone pi\u00f9 benestanti, Giolitti, che era un liberale, aggiungeva: \u00abIo deploro quanti altri mai la lotta di classe. Ma, siamo giusti, chi l\u2019ha iniziata?\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Ai tempi di Giolitti, il problema era che le tasse colpivano in proporzione molto maggiore chi aveva poco rispetto a chi aveva tanto. Nella costituzione dell\u2019epoca, lo Statuto Albertino, all\u2019articolo 25 si diceva che i cittadini \u00abcontribuiscono indistintamente, nella proporzione dei loro averi, ai carichi dello Stato\u00bb. \u201cNella proporzione dei loro averi\u201d significava che le tasse avrebbero dovuto essere proporzionali ma non progressive: una quota del reddito e della ricchezza di ciascuno doveva andare in tasse, ma quella quota non cresceva al crescere di reddito e ricchezza. Il principio proporzionale si applicava perfettamente alla gran parte delle tasse che costituivano la colonna portante del sistema ai tempi della monarchia, cio\u00e8 le tasse indirette e reali, quelle che colpiscono le cose, gli oggetti e i consumi. Questo tipo di imposte \u2013 per cui tutti pagano la stessa percentuale, diciamo \u2013 non fa differenze tra ricchi e poveri: colpisce in modo uguale tutti, e cos\u00ec finisce per essere patito soprattutto da chi ha meno. La pi\u00f9 famigerata di queste imposte era la famosa tassa sul macinato, che gravava sui cereali macinati: port\u00f2 a un incremento nel prezzo del pane, il principale alimento delle classi pi\u00f9 povere, e insieme al sistema fiscale disfunzionale ai moti e alle ribellioni degli anni Novanta dell\u2019Ottocento a cui Giolitti si riferiva nel suo articolo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il problema di creare un sistema fiscale equo venne affrontato dall\u2019Assemblea Costituente dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Fu un deputato campano, Salvatore Scoca della Democrazia Cristiana, a incaricarsi di riformulare il vecchio articolo 25 sulla base di principi pi\u00f9 moderni. Nel corso della discussione, Scoca spieg\u00f2 perch\u00e9 il principio proporzionale era sbagliato e avrebbe dovuto essere sostituito: \u00abChi ha dieci mila lire di reddito e ne paga mille allo Stato, con l\u2019aliquota del 10 per cento, si trover\u00e0 con 9 mila lire da impiegare per i suoi bisogni privati; mentre chi ne ha centomila, dopo aver pagato l\u2019imposta del 10 per cento in base alla stessa aliquota, si trover\u00e0 con una disponibilit\u00e0 di 90 mila lire. \u00c8 ovvio che per pagare l\u2019imposta il primo contribuente sopporta un sacrificio di gran lunga maggiore del secondo, e che sarebbe equo alleggerire l\u2019aggravio del primo e rendere un po\u2019 meno leggero quello del secondo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Per Scoca e gli altri costituenti il principio della proporzionalit\u00e0 andava sostituito con quello della progressivit\u00e0: l\u2019idea che i pi\u00f9 benestanti non solo debbano pagare di pi\u00f9, ma debbano pagare in maniera pi\u00f9 che proporzionale rispetto ai poveri. Scoca disse che il principio della progressivit\u00e0 era&nbsp;\u00abpi\u00f9 democratico, pi\u00f9 aderente alla coscienza della solidariet\u00e0 sociale e pi\u00f9 conforme alla evoluzione delle legislazioni pi\u00f9 progredite\u00bb. Fino ad allora quel principio era stato applicato solo occasionalmente, ma ora avrebbe dovuto divenire la \u00abspina dorsale\u00bb del sistema tributario della nuova Repubblica. \u00abSi pu\u00f2 discutere sulla misura e sui limiti della progressione\u00bb, disse Scoca,&nbsp;\u00abma non sul principio\u00bb. Il risultato delle sue idee fu la redazione dell\u2019articolo 53 della Costituzione come lo conosciamo oggi:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p>Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacit\u00e0 contributiva. Il sistema tributario \u00e8 informato a criteri di progressivit\u00e0.<\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Anche se le fondamenta ideologiche della Repubblica furono poggiate sul principio della progressivit\u00e0, tradurlo in pratica si rivel\u00f2 pi\u00f9 complesso del previsto. Soltanto nel 1973, al culmine, non a caso, di un durissimo periodo di conflitti e rivendicazioni sociali, a volte violente e militanti, da parte dei lavoratori e dei loro rappresentanti politici e sindacali, si giunse a una complessiva riforma del sistema fiscale con forti connotati progressivi.<\/p>\n\n\n\n<p>Il punto centrale della riforma fu l\u2019introduzione dell\u2019IRPEF, l\u2019imposta sui redditi delle persone fisiche. L\u2019idea alla base di questa nuova tassa era introdurre un\u2019imposta semplice, trasparente e facile da calcolare. Ogni imposta si compone di due elementi: l\u2019aliquota, cio\u00e8 la percentuale di valore che deve essere versata sotto forma di tasse (una volta considerate addizionali e detrazioni), e la base imponibile, cio\u00e8 la \u201cquantit\u00e0\u201d sulla quale si applica l\u2019aliquota. Nelle intenzioni dei suoi ideatori, l\u2019IRPEF avrebbe dovuto avere come base imponibile la totalit\u00e0 dei redditi della persona, indipendentemente dalla loro fonte: redditi da lavoro dipendente, utili prodotti dalle azioni oppure rendite da affitti di immobili. Su questa base imponibile \u2013 il reddito, appunto \u2013 lo Stato avrebbe imposto una numerosa serie di aliquote cos\u00ec da creare una curva che fosse il pi\u00f9 progressiva possibile. Al momento del varo dell\u2019IRPEF la nuova imposta prevedeva 32 aliquote differenti, dalla pi\u00f9 bassa fissata al 10 per cento, alla pi\u00f9 alta, pari al 72 per cento.<\/p>\n\n\n\n<p>Attenzione:&nbsp;si parla di aliquote marginali, che si applicano cio\u00e8 soltanto su quella parte di reddito che eccede la fascia dell\u2019aliquota precedente. Prendendo in considerazione lo schema qui sotto, vuol dire che chi aveva un reddito di 5 milioni di lire avrebbe pagato in tasse il 10 per cento sui primi due milioni, il 13 per cento sul terzo milione, il 16 per cento sul quarto milione e il 19 per cento sul quinto milione.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-gallery columns-1 is-cropped wp-block-gallery-1 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex\"><ul class=\"blocks-gallery-grid\"><li class=\"blocks-gallery-item\"><figure><img fetchpriority=\"high\" decoding=\"async\" width=\"505\" height=\"722\" src=\"https:\/\/sdgp.it\/commercialista\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/DRFhUuGVwAAbtPI.jpg\" alt=\"\" data-id=\"43\" data-full-url=\"https:\/\/sdgp.it\/commercialista\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/DRFhUuGVwAAbtPI.jpg\" data-link=\"https:\/\/sdgp.it\/commercialista\/benvenuti-da-sdgp\/drfhuugvwaabtpi\/\" class=\"wp-image-43\" srcset=\"https:\/\/sdgp.it\/commercialista\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/DRFhUuGVwAAbtPI.jpg 505w, https:\/\/sdgp.it\/commercialista\/wp-content\/uploads\/2020\/10\/DRFhUuGVwAAbtPI-210x300.jpg 210w\" sizes=\"(max-width: 505px) 100vw, 505px\" \/><\/figure><\/li><\/ul><\/figure>\n\n\n\n<p>La tabella originale con le 32 aliquote IRPEF stabilite dalla riforma del 1973.<\/p>\n\n\n\n<p>Non ci furono grandi proteste o sfoggi di contrariet\u00e0 all\u2019introduzione della nuova imposta, nemmeno da parte dei ceti pi\u00f9 abbienti. \u00abL\u2019imposta sul reddito delle persone fisiche \u00e8 l\u2019imposta di tutti\u00bb: cos\u00ec il 17 ottobre del 1973, il giorno della pubblicazione della riforma nella Gazzetta Ufficiale, il&nbsp;<em>Sole 24 Ore<\/em>&nbsp;commentava&nbsp;la nuova imposta. Anche il giornale degli imprenditori, insomma, accoglieva con favore la nuova \u201crivoluzionaria\u201d imposta, che prometteva di rendere pi\u00f9 equo per tutti il sistema fiscale.<\/p>\n\n\n\n<p>Non tutto per\u00f2 era andato secondo i piani. \u00abDa subito per\u00f2 quel disegno ambizioso fall\u00ec\u00bb, racconta oggi Alessandro Santoro, professore di Scienza delle finanze all\u2019Universit\u00e0 Bicocca di Milano, ex componente del comitato di gestione dell\u2019Agenzia delle Entrate e da anni consigliere tributario di governi e ministri. I redditi da capitale, spiega Santoro, per esempio i dividendi generati delle azioni, furono tolti dalla base imponibile dell\u2019IRPEF e furono sottoposti a un regime speciale con un\u2019aliquota pi\u00f9 bassa. \u00abSi ritenne\u00bb, spiega Santoro, \u00abche i redditi da capitale dovessero avere un trattamento di favore, perch\u00e9 bisognava attirare gli investimenti dall\u2019estero e perch\u00e9 si pensava che le imprese italiane, che poggiavano su un capitalismo debole e su una borsa all\u2019epoca praticamente inesistente, sarebbero state troppo penalizzate da una tassazione pesante sui redditi da capitali\u00bb. Quello fu secondo Santoro \u00abil primo caso di erosione della base imponibile IRPEF\u00bb. Non sarebbe stato l\u2019ultimo.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche con questa piccola eccezione, il nuovo sistema almeno sulla carta restava estremamente progressivo; ed era allineato con i quelli in vigore in quasi tutto il resto del mondo sviluppato. In Svezia l\u2019aliquota marginale pi\u00f9 alta raggiungeva il 90 per cento; in Germania e Francia si arrivava agli stessi livelli dell\u2019Italia e persino negli Stati Uniti al momento dell\u2019entrata in vigore dell\u2019IRPEF esistevano 30 aliquote differenti per la principale imposta sul reddito, la pi\u00f9 alta delle quali raggiungeva il 90 per cento.<\/p>\n\n\n\n<p>Storia delle aliquote per la principale tassa sul reddito negli Stati Uniti.<\/p>\n\n\n\n<p>Questi sistemi fiscali estremamente progressivi riflettevano un sentimento all\u2019epoca molto diffuso: all\u2019idea di una tassazione estremamente progressiva si accompagnava quella della centralit\u00e0 dello Stato nell\u2019intervento e nella gestione dell\u2019economia, dell\u2019allargamento dei diritti sociali e del progressivo miglioramento delle tutele sul lavoro. In Italia furono gli anni dell\u2019introduzione dello Statuto dei lavoratori, dell\u2019IRI e del grande capitalismo di Stato; negli Stati Uniti fu il periodo in cui vennero introdotti i buoni pasto per i cittadini pi\u00f9 poveri, la copertura sanitaria per gli anziani e le famiglie meno ricche \u2013 i programmi Medicare e Medicaid \u2013 e in cui venne finanziata la diffusione di una estesissima rete di radio pubbliche. Nel Regno Unito fu una grande stagione di intervento statale nell\u2019economia, con la nazionalizzazione delle miniere di carbone e la creazione di un vasto e moderno welfare.<\/p>\n\n\n\n<p>A partire dagli anni Ottanta, per\u00f2, questo clima inizi\u00f2 a mutare. Ci fu un cambiamento sia culturale che politico, che vide l\u2019ascesa di leader come Margaret Thatcher e Ronald Reagan che \u2013 al posto dell\u2019equit\u00e0 sociale \u2013 sostenevano la preminenza ideologica della libert\u00e0 dell\u2019individuo sull\u2019interferenza dello Stato. Ma ci furono anche una crisi economica e sistema.<\/p>\n\n\n\n<p>La crisi petrolifera del 1973 aveva provocato nella gran parte del mondo sviluppato una fortissima inflazione. In Italia, uno dei paesi pi\u00f9 colpiti, l\u2019aumento dei prezzi raggiunse al suo picco il 20 per cento annuo. Il fatto che all\u2019epoca esistessero sistemi automatici di adeguamento dei salari all\u2019inflazione (come la famosa \u201cscala mobile\u201d), insieme a un sistema fiscale ad aliquote fittissime, fece s\u00ec che per un contribuente fosse facile finire da una fascia di aliquota a quella pi\u00f9 alta solo perch\u00e9 era aumentato il suo salario nominale, senza che si fosse modificato il suo potere d\u2019acquisto (\u00e8 il fenomeno del cosiddetto \u201cfiscal drag\u201d). Per risolvere questo problema furono introdotti complessi sistemi di restituzione, la cui efficacia per\u00f2 rimase molto dubbia.<\/p>\n\n\n\n<p>Se il \u201cfiscal drag\u201d metteva sotto pressione il sistema fiscale \u201cdal basso\u201d, cio\u00e8 a partire dai redditi pi\u00f9 ridotti, fu per\u00f2 dall\u2019altro lato della scala sociale che in quegli anni iniziarono a maturare le maggiori preoccupazioni. La pi\u00f9 forte riguardava il cosiddetto effetto \u201csostituzione\u201d: l\u2019idea cio\u00e8 che quando il lavoro viene tassato oltre una certa soglia gli individui non considerano pi\u00f9 conveniente impegnarsi e sostituiscono il lavoro con tempo libero o con il lavoro nero, cos\u00ec da sfuggire al fisco. Questa idea venne resa popolare attraverso la teoria della \u201ccurva di Laffer\u201d, una teoria economica la cui versione semplificata (e oramai ampiamente screditata) fu diffusa a partire dagli anni Settanta e suona pi\u00f9 o meno cos\u00ec: pi\u00f9 un governo abbassa le tasse, pi\u00f9 riesce a incassare, poich\u00e9 crea maggiori incentivi a lavorare e quindi a produrre nuova ricchezza e nel contempo disincentiva l\u2019evasione fiscale.<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre le tasse molto alte creavano ai pi\u00f9 ricchi un forte incentivo all\u2019evasione, un altro fenomeno rese l\u2019evasione e l\u2019elusione sempre pi\u00f9 facili e sicure. A partire dagli anni Settanta, infatti, il mondo sviluppato entr\u00f2 nella lunga fase di globalizzazione a cui assistiamo ancora oggi. Nel giro di pochi anni vennero meno quasi ovunque i cosiddetti \u201ccontrolli sui capitale\u201d, cio\u00e8 le barriere e i controlli con cui gli Stati evitavano che il denaro uscisse dai loro paesi. A partire dalla met\u00e0 dagli anni Settanta divenne possibile spostare grandi capitali in giro per il mondo e quindi divenne pi\u00f9 facile sottrarli al fisco. L\u2019integrazione europea e la concorrenza fiscale tra i paesi prima della Comunit\u00e0 e poi dell\u2019Unione Europea fece il resto.<\/p>\n\n\n\n<p>Santoro spiega che sotto questa triplice pressione, a partire dagli anni Ottanta tutti i paesi iniziarono a ridurre la tassazione sui \u201ctop income\u201d, coloro che guadagnano pi\u00f9 degli altri: \u00abFu un vero e proprio movimento mondiale\u00bb. In Italia il primo colpo all\u2019IRPEF arriv\u00f2 nel 1986, quando il primo governo Craxi ridusse le aliquote da 32 a 9, tagli\u00f2 di dieci punti l\u2019aliquota pi\u00f9 alta e alz\u00f2 di due punti quella pi\u00f9 bassa. Da allora quest\u2019opera di \u201ccompressione\u201d del sistema fiscale, cio\u00e8 di avvicinamento tra le aliquote pi\u00f9 basse e quelle pi\u00f9 alte, non si \u00e8 mai fermata (al punto da arrivare a cicliche discussioni sulla cosiddetta flat tax: l\u2019aliquota unica). Questo mutamento fu portato avanti sia da governi di centrosinistra (oltre al primo governo Craxi, anche i governi Amato nel 1993, Prodi nel 1998 e D\u2019Alema nel 2000) che di centrodestra, come i vari governi Berlusconi.<\/p>\n\n\n\n<p>Negli anni Novanta l\u2019idea che le tasse fossero troppo alte e che non fosse concepibile tornare a un sistema maggiormente progressivo raccoglieva oramai consensi trasversali. Quando nel 2007 il ministro dell\u2019Economia del governo Prodi Tommaso Padoa-Schioppa fece eco al titolo del&nbsp;<em>Sole 24 Ore&nbsp;<\/em>di 30 anni prima e disse che \u00able tasse sono una cosa bellissima e civilissima\u00bb, fu subissato di critiche. Il sentire comune era indubbiamente cambiato: le tasse non erano pi\u00f9 viste come un necessario strumento di giustizia sociale ma come&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.ilfoglio.it\/articoli\/2014\/12\/04\/news\/la-virtu-civile-e-la-pressione-fiscale-spiegata-ai-bambini-79017\/\">un male necessario<\/a>, una spiacevole intrusione del governo nella vita privata dei suoi cittadini.https:\/\/sdgp.it\/commercialista\/wp-admin\/Blog%20Sdg&amp;p_files\/WofvnYjkPJ0.html<\/p>\n\n\n\n<p>Anche il nuovo sistema, per\u00f2, cominci\u00f2 presto a mostrare i suoi problemi. Dopo il primo intervento del governo Craxi nel 1986, l\u2019IRPEF \u00e8 stata sottoposta a oltre 200 modifiche nel corso dei trent\u2019anni successivi. La sua base imponibile \u00e8 stata progressivamente svuotata, togliendole una dopo l\u2019altra una serie di fonti di reddito, spesso sulla base dei capricci momentanei di governi e parlamenti. I redditi da affitti, per esempio, oggi sono sottoposti a un regime estremamente favorevole con un\u2019aliquota che pu\u00f2 scendere fino al 10 per cento; chi investe in obbligazioni viene tassato al 26 per cento, ma chi investe in titoli pubblici addirittura al 12,5 per cento.<\/p>\n\n\n\n<p>Il professore di Diritto tributario all\u2019Universit\u00e0 di Trieste Dario Stevanato, uno dei pi\u00f9 noti critici dell\u2019attuale sistema fiscale italiano, ha riassunto cos\u00ec la situazione: \u00abI redditi correnti del capitale immobiliare e finanziario, come pure i plusvalori realizzati vendendo azioni, fabbricati o terreni, sono soggetti a miti regimi sostitutivi, alle cosiddette \u201ccedolari secche\u201d, o possono essere \u201caffrancati\u201d pagando imposte poco pi\u00f9 che simboliche\u00bb. Secondo Stevanato negli ultimi anni c\u2019\u00e8 stata una \u00aberosione del perimetro della progressivit\u00e0\u00bb e una&nbsp;\u00abperdita dei tratti di generalit\u00e0 dell\u2019imposta, che si \u00e8 trasformata in un tributo speciale sostanzialmente confinato ai soli redditi di lavoro e pensione, contravvenendo alle logiche che ne avevano ispirato l\u2019introduzione\u00bb. Il risultato \u00e8 che quello italiano \u00e8 ormai un sistema fiscale \u00ab\u00e0 la carte, in cui ogni categoria \u00e8 riuscita a ritagliarsi un regime di favore, o si \u00e8 trovata avvantaggiata, per pura sorte, dalle stravaganti scelte del legislatore\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Mentre l\u2019IRPEF diventava sempre pi\u00f9 leggera per i pi\u00f9 ricchi e si complicava per tutti, tra erosioni della base imponibile, deduzioni ed esenzioni, altre imposte venivano ridotte oppure eliminate. Governi di centrosinistra e poi di centrodestra hanno ridotto e poi abolito l\u2019imposta di successione (salvo poi ripristinarla, ma con amplissime esenzioni), e sono&nbsp;<a href=\"http:\/\/espresso.repubblica.it\/affari\/2018\/01\/09\/news\/il-fisco-e-amico-solo-dei-ricchi-1.316830\">state ridotte le imposte sui profitti delle grandi aziende<\/a>&nbsp;e su quelli delle pi\u00f9 piccole. Nel frattempo, per\u00f2, altre imposte crescevano. Come ai tempi del Regno d\u2019Italia, nell\u2019Italia degli ultimi 25 anni hanno fatto il loro grande ritorno le imposte regressive per eccellenza, quelle che colpiscono tutti indistamente: le imposte indirette come l\u2019IVA che, insieme alle accise sulla benzina, producono oramai un gettito praticamente pari a quello dell\u2019IRPEF (la crescita di queste imposte e la sempre maggiore efficienza del fisco nell\u2019individuare le basi imponibili hanno fatto s\u00ec che, nonostante il calo dell\u2019IRPEF, le entrate fiscali siano aumentate e negli ultimi anni siano rimaste pi\u00f9 o meno stabili).<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 una magra consolazione che questi risultati siano condivisi dall\u2019Italia con pi\u00f9 o meno tutti i paesi sviluppati. Nel tempo i sistemi fiscali di Francia, Germania e Regno Unito sono diventati quasi tutti altrettanto \u201cschiacciati\u201d e sono oggi solo poco meno complicati. Anche all\u2019estero non mancano esempi di ingiustizie fiscali: l\u2019investitore statunitense Warren Buffett, una delle persone pi\u00f9 ricche del mondo,&nbsp;<a href=\"https:\/\/money.cnn.com\/2013\/03\/04\/news\/economy\/buffett-secretary-taxes\/index.html\">ricorda spesso<\/a>che complessivamente paga un\u2019aliquota inferiore rispetto alla sua segretaria. I ricchissimi Bill e Melinda Gates, che hanno gi\u00e0 conferito una gran parte del loro patrimonio in una fondazione benefica, sono impegnati da tempo in un\u2019attivit\u00e0 di lobbying per cercare di pagare pi\u00f9 tasse e offrire cos\u00ec un maggior contributo al benessere collettivo della societ\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma il problema di trovare la \u201ctassa perfetta\u201d, che sia equa, trasparente, che rispetti la giustizia fiscale senza deprimere eccessivamente l\u2019attivit\u00e0 economica, \u00e8 ancora molto lontano dall\u2019essere risolto. Anche se ci sono opinionisti e filosofi che continuano a sostenere la tesi secondo cui ogni tassa sia un furto e una societ\u00e0 starebbe molto meglio senza imposte (e senza governo), la maggioranza degli economisti ortodossi guarda oggi con interesse ai lavori di studiosi come Emmanuel Saez e Thomas Piketty, che hanno svolto lunghe ed elaborate ricerche per tentare di calcolare quella che in inglese si chiama \u201coptimal tax\u201d, la \u201ctassa ottimale\u201d. \u00c8 un esercizio complicatissimo e lontano dal trovare una conclusione univoca, che dipende da centinaia di variabili. Secondo Piketty, per esempio, il livello ottimale per un paese come gli Stati Uniti sarebbe al 60 per cento per i guadagni pi\u00f9 alti (cio\u00e8 ben 22 punti percentuali in pi\u00f9 dell\u2019attuale livello massimo). Altri studi mettono questo livello tra il 50 e l\u201980 per cento.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche se questi livelli fossero corretti, o comunque vicini a quelli \u201cottimali\u201d, e un governo dovesse decidere di adottarli, non avremmo risolto il problema. \u00abNon avrebbe senso introdurre queste aliquote in un singolo paese\u00bb, sostiene Santoro. \u00abLe possibilit\u00e0 di tassare effettivamente i redditi oggi sono fortemente limitate dalla globalizzazione e dal fatto che \u00e8 troppo facile per certe tipologie di reddito sfuggire alla tassazione\u00bb. Non ci sono oggi proposte di accordo a livello mondiale per armonizzare i sistemi di tassazione, eliminare i paradisi fiscali e limitare la concorrenza fiscale tra paesi, e persino a livello europeo sono lontanissime dall\u2019essere realizzate.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 difficile dire oggi come proseguir\u00e0 la ricerca della tassa perfetta. Con l\u2019intenso dibattito che durante l\u2019ultima campagna elettorale italiana si \u00e8 sviluppato intorno alla \u201cflat tax\u201d (la tassa anti-progressiva per eccellenza, visto che \u00e8 uguale per tutti) \u00e8 sembrato a molti che fosse arrivato il momento di abbandonare definitivamente l\u2019idea apparentemente utopica di una tassazione equa e progressiva, in favore di un ritorno al passato: una tassazione proporzionale, uguale per tutti o quasi, che sacrifichi la giustizia sociale in nome della semplicit\u00e0 e della trasparenza (anche se il sistema attuale non \u00e8 n\u00e9 giusto n\u00e9 particolarmente semplice e trasparente).<\/p>\n\n\n\n<p>Secondo Santoro per\u00f2 oggi la storia si sta muovendo nella direzione opposta. \u00abNon siamo pi\u00f9 negli anni Ottanta\u00bb, dice oggi ricordando l\u2019epoca in cui i presupposti del sistema fiscale progressivo iniziarono a essere messi in discussione: \u00abEsiste effettivamente una nuova domanda di stato e di equit\u00e0\u00bb. Tasse eque e progressive impongono allo Stato di conoscere perfettamente la situazione reddituale e patrimoniale dei propri cittadini, e la difficolt\u00e0 nel farlo costituisce da sempre una delle barriere pi\u00f9 ostiche nel creare un fisco equo. Nella nostra epoca esiste per\u00f2 qualcuno che sa tutto di noi, ogni nostro acquisto, risparmio, transazione e comportamento, al punto che a volte \u00e8 persino in grado di poter prevedere le nostre azioni: e non \u00e8 lo Stato. \u00abForse il futuro \u00e8 privatizzare il fisco e cedere a Google la riscossione delle imposte\u00bb, il professor Santoro sorride, ma non \u00e8 chiaro se stia scherzando o se dica sul serio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La ricerca della tassa perfetta. 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